Parliamo di politica

Da qualche settimana con dei cari amici ci stiamo scambiando una serie di mail sulla situazione politica italiana e di questa disgraziata sinistra. Vi propongo alcuni stralci di una mail che ho inviato.
A me del comunismo e della rivoluzione fini a se stessi è mai importato nulla. Mi interessa una società, qualunque sia il modo in cui sia realizzata, in cui le differenze sociali, di censo, culturali, di nascita non siano determinanti sulla vita delle persone. Dove chiunque, fosse anche un inetto, un incapace o un farabutto sia messo in condizione di avere una vita dignitosa. Che questa società sia realizzata alla “danese” per esempio (libertà assoluta di licenziare, ma stato sociale fortissimo e amplissima mobilità del mercato del lavoro) o in altro modo mi interessa poco: si chiamano equilibri di Nash (il matematico protagonista di quel film di qualche anno fa) e non è detto che uno sia migliore dell’altro, si possono offrire buone condizioni sociali in modi diversi. Sia chiaro: non mi piacciono pacchetto Treu e legge 30, nel frattempo mi precarizzano e loro non mi danno nulla in cambio, ma un eventuale società in cui, per esempio, il mercato del lavoro abbia un punto di equilibrio diverso, e che tuteli tutti, mi starebbe bene lo stesso.
Un pizzico di Marx, ossia operai e borghesia.
Marx, nel manifesto attribuisce alla borghesia un ruolo storico notevole, ma lo definiva ormai esaurito. Meritoria era stata la sua battaglia contro l’aristocrazia e contro i privilegi di nascita. A mio parere, in Italia, anche la classe operaia, comunemente intesa, ha esaurito la sua funzione storica. Pensateci: chi oggi tra noi non vorrebbe aver diritto a quel che hanno gli operai? Contratto a tempo indeterminato, pensione, assistenza sociale, malattia, ferie pagate e così via. Gli operai di oggi ricoprono lo stesso ruolo sociale della borghesia di metà ottocento, sono tutelati, hanno una buona posizione sociale, possono permettersi una vita sufficientemente agiata, con casa di proprietà e vacanze al mare una volta l’anno. Non c’è da meravigliarsi che votino a destra: è la loro collocazione naturale. In fondo hanno lottato per generazioni (e quindi gli operai di oggi non hanno memoria per le lotte degli anni ‘70) per ottenere una vita decente, ora ce l’hanno e non hanno più voglia di pensare a quando, loro e la loro classe, stavano male, di essere solidali con chi è rimasto indietro o con chi è sfruttato come loro erano fino a non molto tempo fa. Tali e quali alla borghesia che fece la rivoluzione francese. Certo, mi obbietterete che la loro vita degli operai non è rose e fiori, ma di certo è meglio di quella di tutti i precari. D’altro canto non è detto che la vita del piccolo commerciante sia mai stata un paradiso terrestre. Discorso lungo e confuso, lo so. Riassumendo: borghesia e classe operaia in Marx non vanno interpretati letteralmente, ma intese come categorie sociali fluide, che cambiano col tempo e non sono caratterizzate dal mestiere che uno fa. Quelli che una volta erano la classe operaia oggi rientrano di diritto in quella che Marx definiva borghesia e basano il loro benessere sullo sfruttamento di altre classe sociali per mantenere il loro tenore di vita: il precariato, gli immigrati, i lavoratori a nero, altrimenti per loro non sarebbero possibili le settimane a Sharm el Sheik a 300€ o anche andare a fare la spesa al supermercato. Quella che ieri era definita classe operaia non sta più alla catena di montaggio, ma fa il precario in un call center, lezione all’università a 1,30€ l’ora (contratto ad Architettura della Sapienza) e, perché no, si fa il mazzo dodici o quindici ore al giorno nella sua attività in proprio per riuscire ad arrivare a fine mese. Dovremmo anche smetterla di considerare sullo stesso piano tutti quelli che rientrano nella categoria “impresa”. Penso ai miei zii per esempio, proprietari di aziende agricole e che si alzano alle quattro del mattino per andare nelle serre insieme ai loro dipendenti coi quali lavorano fianco a fianco. O a un altro che invece si alza alle tre per aprire il banco del mercato. Lavoro e capitale assieme: possibile che a sinistra non abbiamo parole per queste persone, che pure costituiscono il tessuto produttivo del paese? Possiamo continuare a considerarli solo ed esclusivamente come capitalisti? Credo che nessuno di noi o nessuno con un minimo di intelligenza li appellerebbe con questo nome, nemmeno i loro dipendenti coi quali oltre a condividere ore di lavoro condividono spesso la sorte. Insomma a sinistra smettessero di considerare Marx come la bibbia o imparino almeno a interpretarlo e tornassero a fare politica dove serve invece di lamentarsi di vedersi assegnare un ministero che si occupa di “negri, drogati e zingari” (cit. Paolo Ferrero), ma per questo servirebbero politici seri, come quelli di inizio secolo, mentre al momento abbiamo un gruppo dirigente composto da mezzi pesci a brodo pseudo-sessantottini-settantasettini.
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malaerba's status on Monday, 29-Jun-09 16:23:36 UTC - Identi.ca
29 Giugno 2009 alle 6:23 pm
D’accordissimo sul fatto che le vecchie categorie interpretative (classe operaia-borghesia) non vadano più bene, non tanto perché gli operai son diventati ricchi, quanto piuttosto perché sono diventati una classe minoritaria. Qui in Veneto, per dire, gli operai sono perlopiù immigrati; gli italiani, anche all’interno delle fabbriche, hanno compiti più elevati. Inoltre, le fabbriche tayloriste ormai sono in costante diminuzione, il modello è la piccola fabbrica, la piccola e media impresa, dove gli operai sono pochi e non sono certo i proletari a cui pensava Marx: sono quasi degli artigiani, che svolgono mille mansioni, che a volte creano, riparano, hanno idee. Gente, insomma, che non vive per nulla l’alienazione della catena di montaggio, anche perché la catena di montaggio non c’è.
E questa gente, spesso, vota Lega. Perché? Semplicemente perché la Lega gli dice quello che vogliono sentirsi dire. Gli dice, soprattutto, che le tasse rimarranno qui, che non andranno sprecate. Esempio concreto: io ho uno zio acquisito che ha una piccola impresa di smaltimento rifiuti. Leghista doc. Viene dalla campagna, parla in dialetto, è un po’ rustico, è quello che forse, snobisticamente, qualcuno definirebbe un arricchito, un parvenu: però lavora un sacco, mettendo su un’impresa s’è preso i suoi bei rischi, per resistere alla concorrenza tira sui prezzi. È chiaro che gli dà fastidio quando sente che i soldi delle tasse vanno a finire inghiottiti chissà dove. Dà fastidio anche a me che ho uno stipendio fisso e sono uno statale, figuriamoci a lui, che sente la crisi. La Lega risponde, in maniera rozza e brutale, al suo bisogno di giustizia. Perché in fondo è giustizia, quella che chiede: cioè che i suoi soldi di tasse non vadano sprecati. Così come sente ostilità da parte della sinistra, che, è vero, non bada per nulla ai suoi problemi.
La verità è che Berlusconi e la Lega s’inseriscono nei vuoti della sinistra. Le nuove parole d’ordine devono essere apertura al mercato, all’iniziativa, all’imprenditorialità. Brunetta, per quanto sia un barbaro, ha in fondo ragione: gli statali non fanno un cazzo, generalmente. Io lavoro nella scuola e ti dico che di sprechi ce n’è a bizzeffe, anche qui al nord. Cose scandalose, cose da vergognarsi. Ecco, io vorrei che la sinistra premiasse il merito, l’impegno, l’intelligenza. Invece, ed è colpa spesso anche dei sindacati, il merito viene in tutti i modi frenato, gli si taglian le gambe. Io, per dire, vorrei l’abolizione delle graduatorie, che premiano solo l’anzianità; vorrei che i docenti venissero sottoposti a controlli, a valutazioni periodiche da cui dipendesse l’avanzamento di grado o la retrocessione; vorrei che i dirigenti scolastici avessero la possibilità di scegliere quali docenti assumere. E sai perché? Perché la verità è che se fosse così io sarei di ruolo da anni, non sarei costretto a fare il precario, a farmi 100 km al giorno mentre gente molto più ignorante di me, molto meno appassionata a questo lavoro, molto più dannosa per i suoi studenti va a lavorare a piedi e passa le ore di lavoro a leggersi il giornale.
Guarda, se ci fosse una destra seria, liberale, meno cialtrona di questa, potrei forse votarla anch’io, perché ha ragione Tremonti: gli argomenti giusti, oggi, li ha in mano la destra.
scrip
2 Luglio 2009 alle 10:28 pm
Non posso che leggere con interesse la fotografia di una realtà, il nordest, che conosco solo per mezzo dei racconti dei giornali, e che non mi sembra dissimile da quella di cui ho scritto io. Più complicato parlare dell’ultima parte del tuo commento. Se posso dire come te che ci sono troppi statali nullafacenti, mi vien da dire che viceversa sul mio cammino ne ho incontrati tantissimi che facevano il loro lavoro, chi in maniera onesta, chi mettendoci anche più impegno del dovuto. Un esempio: la casa dello studente dove ho vissuto per quattro anni a Napoli. Il controesempio: i lavoratori della mensa che faceva capo allo stesso ente. La situazione è variegata, perciò la barbara cura Brunetta non mi piace: toglie l’acqua a tutti nella speranza che si secchino le erbacce e restino in vita solo le nostre piante. Esempio non esattamente calzante col nickname che mi ritrovo, lo so :D. Il risultato può invece essere opposto, con quelli che sono abituati ai sotterfugi per non lavorare che sopravvivono e gli onesti che soccombono.
Non so dirti se l’abolizione delle graduatorie e l’assunzione dei docenti da parte dei presidi possano essere un bene per te: già immagino le schiere di nipoti, figli, fratelli e amici di famiglia che vanno a riempire la scuola pubblica. L’assunzione per concorso nel pubblico impiego, prevista nella costituzione, dovrebbe servire proprio per quello: per garantire il merito degli assunti. Abbiamo un sistema che sulla carta dovrebbe essere, se non perfetto, buono, l’abbiamo rovinato pensando a piccoli interessi di bottega, coi sindacati che difendono i loro iscritti (ma in fondo è il loro compito) e politici che pensano ai voti per la rielezione.
Chiudo con un paio di altre cose: io non potrei mai votare una destra qualunque perché sono di sinistra, la sinistra intesa alla Bobbio, tanto per capirci. L’essere di destra è incompatibile con la mia indole. Ti avevo comunque proposto questo articolo dopo lo scambio di battute su twitter però solo come antipasto, in realtà io volevo parlare del PD nel modo che merità, cioè male…
malaerba
7 Luglio 2009 alle 8:53 am
l’assunzione per concorso, in linea puramente teorica, è ovviamente migliore. Ma se i concorsi finiscono per essere governati come si vuole, falsificati, truccati o addirittura non indetti, come succede nella scuola dove sono stati aboliti in favore di un mero principio di anzianità, sono peggio del liberismo. Di fatto, negli ospedali si assume per concorso, ma i concorsi sono talmente truccati che in realtà sono i primari ad assumere. Anche qui al nord, non c’è concorso nella sanità che sia regolare. Il problema è che in questo modo si lascia sì spazio alla corruzione e al baronaggio: se il primario (o, in linea ipotetica, il preside) non deve rispondere a nessuno del suo lavoro, può assumere anche il più incompetente dei suoi parenti e amen. Se, invece, ci fosse un vero liberismo, i primari avessero libertà di assunzione ma poi rispondessero anche delle loro scelte, sono sicuro che qualcosa di meglio lo avremmo. Il problema è il solito: piuttosto di un assistenzialismo corrotto e marcio, per me è molto meglio il liberismo. Anche perché in fondo i problemi del liberismo (favoritismi, istruzione/ospedali di serie A e di serie B) ce li stiamo cuccando comunque: perché, allora, almeno non prendersi i pregi? :)
(ps.: ce l’ho anch’io con Brunetta, che, come il suo governo, è tanto fumo e poco arrosto. Ma il problema è reale. Io per qualche anno ho fatto pure il giornalista e, ti giuro, girare per i comuni o per gli uffici della provincia è sconfortante: non trovi mai nessuno al lavoro, a nessuna ora. E sto parlando del nord-est produttivo, eh)
scrip
9 Luglio 2009 alle 5:42 pm
Fai un po’ di confusione sui termini: per (neo)liberismo si intende quell’insieme di teorie economiche, lodate dai più, che ha prodotto la crisi economica che stiamo vivendo in questo periodo. Più che altro auspichi un sistema di assunzione di tipo anglosassone, dove viene lasciata libera iniziativa al manager che assume, ma poi questo risponde delle eventuali pecche di ha fatto assumere, ma la speranza che nel passaggio da un sistema all’altro di colpo spariscano le cattive abitudini mi sembra un po’ ingenua, si troverebbe sempre il modo di infilare dentro i propri protetti e anche quello di gabbare eventuali controlli. Il problema è etico, di senso della cosa pubblica, quello è carente in Italia. Un ducetto serve solo a metter paura, tutti continueranno a mettere la mani marmellata, faranno solo attenzione a non farsi beccare. Sai una cosa invece: negli uffici pubblici che ho girato io, magari non si spaccano la schiena, magari non fanno del tutto il loro dovere, eppure io trovo sempre qualcuno a lavorare. Non è che quello del nordest produttivo è un luogo comune cme quello del sud pieno di scansafatiche?
malaerba
11 Luglio 2009 alle 7:19 pm